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Herkunft des Familiennamens Cadolingi, Herkunftsland: Italia

Adelsstand: Conti Imperiali di Pistoia
Heraldische Spur die Familie: Cadolingi
Krone des Adels Cadolingi Antichissimo casato toscano, di origine longobardo, il quale ebbe il titolo di Conte di Pistoia e di Fucecchio, da un cui ramo, al dir del Passerini, si originarono i celeberrimi Bonaparte. In documento, conservato nell'Archivio di Stato di Firenze, del 15 maggio 1235, redatto a Fucecchio, infatti, si rinviene che un certo Jamfaldus di Firenze avrebbe fatto, per sé e per la sua famiglia, una donazione all'ospedale di Rosaia. Come figlio di Jamfaldus viene nominato un "Willielmo qui nuncupatur Bonaparte", e come fondatore dell'ospedale il gran conte Ugo Cadolingi, un antenato (abavus) di Jamfaldo. L'origine di tal cognominizzazione, al dir di illustri genealogisti, andrebbe ricercato nel nome del capostipite, ovvero il conte Cadolo, morto intorno al 988. In ogni modo, immediatamente dopo la morte del conte Cadolo, nei documenti del secolo XI si parla di "terra Kadulinga": già da allora, dunque, con il nome di Cadolo si designava ufficialmente la... Fortsetzung folgt

famiglia. Il detto conte Cadolo era figlio del conte Corrado, citato nel documento del 923. Lo stesso Cadolo è menzionato in documenti che vanno dal 923 al 986 e morì prima del novembre 988. Sembra che si sposò due volte: la prima volta con una Berta, che nel 952 era già morta, poi con Gemma, figlia di Landolfo, il quale è stato identificato con il principe Landolfo IV di Capua; Gemma era ancora in vita nel 1006. Cadolo, peraltro, non sposò mai Richilda, figlia di un conte Ildebrando, della quale egli, nel 952, funge da mundoaldo. La crescente importanza dei membri di tal casato viene testimoniata non soltanto da questi legami di parentela con altre famiglie nobili, ma anche dalla creazione di un vero e proprio centro religioso della famiglia. Cadolo, che aveva destinato al duomo di Pistoia le sue prime donazioni, poco prima della sua morte fondò e dotò la chiesa di S. Salvatore a Borgonovo. Questa chiesa, posta presso la curtis cadolingia di Salamarthana, fu il primo monastero di famiglia dei Cadolingi. Gemma, la vedova di Cadolo, e suo figlio Lotario la dotarono di beni negli anni 1001-1007; non si può dire con sicurezza quando essa sia diventata un monastero regolare. Nel 1001, in ogni caso, era retta dall'abate Sichelmo e in quel tempo era indicata come "monasterium". Il più antico documento di Sichelmo rimastoci è un livello del 12 febbr. 1006; il monastero di S. Salvatore veniva allora indicato "in loco ubi dicitur ponte Bonifilii prope fluvio Arno (vocatum Borgonovo)". Nel corso del secolo successivo il nome della curtis cadolingia di Fucecchio si trasferì a poco a poco al monastero. Sul calar del secolo X, Lotario fondò a Settimo un altro monastero di S. Salvatore, che fu posto dal papa Benedetto VIII sotto la protezione di S. Pietro e che contemporaneamente ricevette una conferma dei propri possedimenti dal re Enrico II. Il figlio di Lotario, il conte Guglielmo Bulgaro, affidò questo monastero a Giovanni Gualberto, ed ivi si svolse, nel 1068, la celebre prova del fuoco che segna il culmine della lotta contro la simonia a Firenze. Lotario, che aveva sposato una "Adelasia filia Wilbelmi", è citato nelle fonti sino al 1027, e morì prima del 1034. I suoi figli Raniero, Ugo e Lotario morirono prima di lui. Gli sopravvisse solamente il figlio Guglielmo, detto Bulgaro, il quale che affidò ai vallombrosani non solo Settimo, ma anche Fucecchio, dove fu abate Pietro Igneo, il futuro cardinale vescovo di Albano. Anche gli altri documenti di Guglielino Bulgaro che ci sono stati tramandati per il periodo 1034-1074 (egli morì probabilmente l'8 apr. 1075) consistono per la maggior parte in donazioni ai suoi monasteri e alla cattedrale di Pistoia; il suo stretto legame coi vallombrosani fa pensare ad un uomo profondamente legato ai problemi della Chiesa e della riforma monastica. Ma la documentazione in nostro possesso è frammentaria e può trarre in inganno: infatti vediamo che, in un placito tenuto a Firenze nel dicembre 1059 alla presenza del papa


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Aranciato all'orso al naturale impugnante una spada del medesimo posta in banda, col capo dell'impero.
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